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5 Comments

  1. 1

    Anonymous

    Ciao,ecco un cattolico come ha commentato il tuo scritto:Per rispondere alle domande sollevate da alcuni Tdg e pentecostali mi avvalgo degli studi di Nicola Tornese e Gianpaolo Barra Non è necessaria una conoscenza profonda del la Bibbia per evidenziare quanto sia superficiali e antiscritturale la spiegazione che della frase da Matteo 23, 9 danno i pentecostali e i TDG. Basta infatti porre attenzione al contesto dove quella frase è collocata e ricordare come nella Bibbia il titolo di “padre” è legittimamente rivolto agli uomini, specialmente ai ministri del culto, senza violare nessun comanda divino. Questo appunto ora vogliamo fare.I – Il contesto di Matteo 23, 9.Facciamo notare ancora una volta che l’autentico significato dei testi biblici deve essere ricavata dal loro contesto. I tdG spesso e volentieri dimenticano o tralasciano il contesto e fanno dire alla Bibbia ciò che essi vogliono, a danno sempre de meno accorti.Dal contesto di Matteo 23, 9 risulta inequivocabilmente che Gesù voleva solo correggere l’abuso che i membri della sinagoga facevano del titolo d padre; ma non intendeva affatto abolire il retti uso di quel titolo. Il pensiero di Gesù è il seguente :I discepoli di Cristo – contrariamente al comportamento dei farisei – non devono pretendere titoli onorifici. Devono fuggire la vanagloria, la superbia, l’arroganza. “Il più grande tra voi sia vostro servo” (Matteo 23, 11). L’ufficio di guida, che alcuni di loro devono esercitare (cfr. 1 Tessalonicesi 5, 12; Ebrei 13, 17), va fatto con umiltà e con spirito di servizio.Gesù parla di disposizione interiore, più che di uso di titoli. Siano o non siano chiamati con titoli, i suoi discepoli, a differenza dei farisei, devono coltivare l’umiltà. Non devono avere pretese di onorificenze. Non devono servirsi vanitosamente dell’autorità, ma servire umilmente in virtù della autorità ricevuta.Questo e non altro è l’autentico significato delle parole di Gesù: una lezione di umiltà! Egli era venuto a correggere ciò che era storto (Marco 1, 3).Il – L’uso scritturistico del titolo di “padre”.Gesù non intendeva affatto escludere che le guide della comunità ecclesiale nutrissero il nobile sentimento della paternità spirituale verso coloro che devono essere istruiti e diretti.1 – San Paolo esorta i cristiani ad essere imitatori di Dio precisamente nella bontà e nell’amore (Efesini 5, 1). E quale maggiore imitazione di Dio vi può essere in chi è chiamato a dirigere gli altri se non quella della paternità divina? San Paolo era modello di questa imitazione.a) Sono ben note le parole di Paolo ai fedeli di Corinto:“Vi scrivo queste cose come a figli carissimi. Potreste infatti avere diecimila maestri (pedagòghi), ma non certo molti padri in Cristo, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (1 Corinzi 5,14-15).Paolo si considera e si chiama padre di coloro che egli ha generato spiritualmente in Cristo. Forse l’apostolo non era a conoscenza delle parole di Gesù in Matteo 23, 9? Chi oserebbe attribuire a lui tale ignoranza? E allora come mai non ha avuto alcuna difficoltà ad attribuirsi il titolo di padre?b) Né fu la sola volta che egli – Paolo – manifestò questo nobile sentimento di paternità spi- rituale. Scrivendo ancora ai Corinzi dice:“Ecco, sono pronto a venire da voi per la terza volta, e non vi sarò di peso; ché non cerco le cose vostre, ma voi. Infatti non è dovere dei figli accumulare tesori per i genitori, ma dei genitori per i figli” (2 Corinzi 12,14).Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo:“Paolo non vuol ricevere dai Corinzi, ma vuole dare come un buon padre”.Anche coi cristiani della Galazia l’apostolo aveva usato lo stesso linguaggio: “Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi” (Galati 4, 19).E con identico affetto paterno Paolo chiama figlio lo schiavo Onèsimo, che egli aveva convertito e generato a Cristo nelle catene (Filèmone 10).c) Dopo tante ripetute dichiarazioni d’una paternità spirituale da parte di Paolo, doveva essere naturale, spontaneo, giusto e doveroso che i suoi figli spirituali lo considerassero e lo chiamassero padre senza pensare minimamente di andare contro la volontà del Signore. Lo hanno fatto?Possiamo legittimamente supporlo. Paolo stesso li esorta e vuole che si comportino così. Scrisse ai Corinzi: “lo parlo come a figli; rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore” (2 Corinzi 6, 13). E qual era il contraccambio se non quello di nutrire verso di lui un sincero sentimento di figliolanza spirituale e di chiamarlo padre? (Cfr. 2 Corinzi 12, 15).d) Nel vano tentativo di indebolire e negare questo insegnamento biblico i tdG scrivono:“Paolo si paragonò a un genitore, ma non fu mai chiamato “padre Paolo””.Si risponde: L’obiezione dei tdG poggia sul vuoto non ha una base, è inconsistente. Infatti per poter affermare che l’apostolo non fu mai chiamato “padre Paolo”, i tdG dovrebbero avere ed esibire i documenti, ossia eventuali scritti dei cristiani di Corinto diretti a Paolo, dai quali risultasse che essi mai lo chiamino “padre”. Ma dove sono questi documenti? E senza documenti, senza prove valide, come si può asserire una cosa? La affermazione dei tdG è una pura invenzione.Al contrario, dalle Lettere paoline risulta che i rapporti dei cristiani verso Paolo fossero basati sul sentimento della figliolanza spirituale.2 – Ma vi è molto di più. Ciò che dicono i tdG è antiscritturale. Infatti Gesù non volle abolire la Scrittura (Matteo 5, 17-18).Ora nella Scrittura il retto uso del titolo di padre è- largamente diffuso.Ecco alcuni esempi: – Nel libro dei Giudici 17, 9-10 e 18-19 leggiamo: “Micha gli domandò: “Donde vieni?” “Sono Levita da Betlemme di Giuda” gli rispose. “Viaggio per stabilirmi dove troverò”. “Rimani con me”, gli disse Micha, “sii per me padre e sacerdote e io ti darò dieci scicli d’árgento, un corredo di vesti e il vitto”” (17,9-10).“Ma il sacerdote disse loro: “Che cosa fate?””Taci”, gli dissero, “mettiti la mano sulla bocca e vieni con noi. Tu sarai per noi padre e sacerdote”” (18,19).Per ben due volte è detto che alcuni Israeliti danno al sacerdote il titolo di padre. Non vi è nessuna condanna di un tale modo di esprimersi.- David chiama padre Saul perché questi è il legittimo sovrano finché è in vita: “Non tenderò la mano sul mio signore, poiché egli è l’unto di Jahve e mio padre” (1 Samuele 24, 11-12).- Anche i re di Israele chiamano padri i profeti, ossia gli uomini di Dio, loro guide spirituali: “Ora Eliseo cadde malato di quella malattia, per cui sarebbe morto. Josh, re di Israele, scese da lui e scoppiò in lacrime al suo cospetto gridando. “Padre mio, padre mio! Carro di Israele e suoi cavalli” (2 Re 13, 14).

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    ChristianFaith

    Primo preciso che non sono TdG, mi meraviglio come lo si possa solo pensare, e tantomeno pentecostale. Sono semplicemente cristiana e cristiano non è uguale a cattolico.Come ho detto, e lo si capisce anche dall’articolo che riporti, i cattolici si arrampicano sugli specchi cercando di spiegare i loro usi e riti prendendo in rif anche la bibbia, ma in realtà nella Bibbia non c’è nulla di quello che loro insegnano. Appunto, bisogna prendere il contesto dei versetti citati, e questo, aimè, non lo fanno nè cattolici nè TdG, ecco perchè deviano dai veri insegnamenti cristiani.Non c’è versetto, paragrafo, capitolo della Bibbia che insegni a chiamare padre altri che non sono Dio, ma guarda caso troviamo invece versetti che lo vietano.Meglio andare sul sicuro quindi, no? Che no lasciarsi andare a fantasiose interpretazioni dicendo “Sì… forse… Paolo voleva dire…” facendo dire a Paolo ciò che non ha mai detto per comodità nostra.

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  3. 3

    Anonymous

    perchè tieni a precisare che non sei pentecostale?Non conoscono forse anche loro la Verità?Ciao

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    ChristianFaith

    Semplicemente perchè non lo sono 🙂

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  5. 5

    ChristianFaith

    Perchè questo è il credo pentecostale:”CREDIAMO AL BATTESIMO NELLO SPIRITO SANTO, COME ESPERIENZA SUSSEGUENTE A QUELLA DELLA NUOVA NASCITA, CHE SI MANIFESTA, SECONDO LE SCRITTURE, CON IL SEGNO INIZIALE DEL PARLARE IN ALTRE LINGUE E, PRATICAMENTE, CON UNA VITA DI PROGRESSIVA SANTIFICAZIONE, NELL’UBBIDIENZA A TUTTA LA VERITÀ DELLE SACRE SCRITTURE, NELLA POTENZA DELL’ANNUNCIO DI “TUTTO L’EVANGELO” AL MONDO” (ATTI 2:4; 2:42-46; 8:12-17; 10:44-46; 11:14-16; 15:7-9; 19:2-6; MARCO 16:20; GIOVANNI 16:13; MATTEO 28:19, 20).Dove sta l’errore pentecostale? Proprio nel dichiarare che il Battesimo nello Spirito Santo è riconoscibile dal segno di parlare “lingue”, e questo secondo le Scritture. Chiariamo anzitutto cosa è il parlare in “lingue” e con questo il dono delle lingue. La Bibbia riporta due esempi: a) Parlare lingue straniere senza conoscerle(che è quello che successe ai 120 discepoli il giorno della pentecoste). b) Parlare lingue celesti, ma incomprensibili agli uomini(come troviamo scritto nella Prima lettera ai Corinti, capitoli 12,13 e 14).Bene. Nell’episodio fondamentale del primo Battesimo a Pentecoste, cioè quello dei 120 discepoli radunati nell’alto solaio, la Scrittura racconta si che i discepoli in concomitanza del Battesimo nello Spirito Santo, fra le altre manifestazioni che avvennero parlarono in “lingue”, ma a ben vedere parlarono in lingue straniere, comprensibili a tutti gli stranieri che li ascoltavano. Nell’episodio similare a questo, avvenuto a Cesarea in casa di Cornelio, coloro che furono battezzati nello Spirito Santo in verità parlarono in lingue. Pietro chiarì che questi credenti erano stati battezzati nello Spirito Santo esattamente come era avvenuto ai 120 discepoli riuniti nell’alto solaio. Quindi, se Cornelio e quelli della sua casa furono battezati nello Spirito Santo alla stessa maniera dei 120 discepoli, alla stessa maniera le lingue che essi parlarono dovevano essere lingue straniere così come era avvenuto per i 120 discepoli. Lo stesso discorso deve valere per i credenti di Efeso che parlarono in lingue all’atto di essere riempiti di Spirito Santo, il che equivale al Battesimo nello Spirito Santo.Ora, dove sta l’errore Pentecostale? Sta nel fatto che i teologi pentecostali hanno voluto imitare i fratelli cattolici nel creare nuovi dogmi, e precisamente il dogma che consentirebbe di riconoscere se un credente è battezzato o no di Spirito Santo. Il dogma, perchè di questo si tratta, afferma categoricamente che l’evidenza di aver ricevuto il Battesimo nello Spirito Santo è il fatto di esprimersi in “lingue”, puntualizzando secondo le Scritture. Ma secondo le Scritture i primi 120 discepoli parlarono sì in lingue, ma lingue straniere comprensibili alle persone che li ascoltavano, come anche allo stesso modo Cornelio e i suoi. Oggi i credenti pentecostali in base a questo dogma affermano che si riceve il battesimo nello Spirito Santo quando il credente manifesta l’evidenza del segno delle “lingue”. Allora uno può chiedersi: ma dove sta l’errore? Proprio nelle “lingue”. Non si tratta delle stesse lingue.Perchè mentre il Battesimo originale nello Spirito Santo ebbe tra gli altri segni il parlare in lingue straniere, e questo secondo le Scritture, il moderno Battesimo nello Spirito Santo, secondo i Pentecostali, è evidenziato dal parlare lingue incomprensibili. (La Bibbia ci parla largamente nella prima Lettera ai Corinti, cap. 12, 13 e 14, del dono delle lingue, definendone la sua utilità e le sue caratteristiche, ma si parla di lingue celesti che servono al credente per la sua edificazione personale e per esprimere a Dio la propria adorazione con parole suggerite dallo Spirito Santo, ma sempre lingue incomprensibili agli ascoltatori.) Coseguenze di un errore non possono essere che altri errori. Il dogma pentecostale ha sostituito la Parola di Dio e pretende di farle dire quello che non dice:”Non hai mai parlato in lingue? non hai ancora ricevuto lo Spirito Santo”. “Quando sarai stato bettezzato di Spirito Santo, ce ne accorgeremo perchè parlerai in lingue”. E così le “lingue” sono diventate il marchio di autenticità di essere stati battezzati nello Spirito Santo. Ma la Bibbia non dice cosìfonte http://www.biblica.altervista.org

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