Le persecuzioni dei primi cristiani

I cristiani furono perseguitati fin da quando, identificati come tali, non beneficiarono più dello statuto privilegiato dei giudei. La persecuzione, dapprima circoscritta, locale e sporadica, divenne sistematica alla metà del III secolo.

Per quale ragione perseguitare i cristiani in un impero romano considerato “tollerante” nei confronti di tanti culti diversi?

Il comandamento di Gesù «rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» sanciva il lealismo politico dei cristiani e la loro sottomissione allo Stato, ma anche la separazione degli ambiti politico e religioso, mentre nel mondo antico il loro intreccio era norma. Dal momento che professavano un monoteismo esclusivo e rifiutavano il culto degli dèi, i cristiani venivano considerati cattivi cittadini, pericolosi per la salute dell’impero. Il loro «ateismo” metteva a rischio il necessario accordo armonioso tra dèi e uomini, quella pace degli dei che garantiva, mediante la stretta osservanza dei riti dei culti pubblici, il buon funzionamento del mondo romano. I cristiani erano dunque sottomessi ai governanti, poiché ogni potere veniva da Dio — anche quando venivano perseguitati, pregavano Dio per l’imperatore e i suoi rappresentanti —, ma rifiutavano il culto imperiale.

In mancanza di una legislazione anticristiana, lo zelo dei governanti era decisivo nei confronti di quegli adepti che si ostinavano a una “superstizione pericolosa e irragionevole”; a questo scopo, bastava applicare le leggi dell’epoca repubblicana sulle religioni nuove e illecite. Si veniva puniti con la morte per il fatto di essere cristiani, non già per presunti delitti. Questa la disposizione stabilita nel 112 dall’imperatore Traiano in risposta a Plinio il Giovane, il quale, nominato governatore della Bitinia (in Asia Minore), aveva registrato in quella regione la presenza di numerosi cristiani; l’imperatore tuttavia raccomandava di non cercarli e di non tenere conto delle denunce anonime. I cristiani, puniti per ciò che erano e non per quello che facevano, erano più vittime dell’odio nutrito dell’opinione pubblica — a volte fino al massacro — e dello zelo dei governatori che non di una volontà politica di repressione.

A Roma, nel 64, in seguito all’incendio che devastò l’Urbe, vennero messi a morte alcuni cristiani, «perseguiti non tanto per il reato di incendio quanto per quello di odio contro l’umanità», come scrisse lo storico Tacito intorno al 115-116. Questi uomini venivano esposti alle fiere, crocifissi o trasformati in torce umane durante i ludi circensi che si tenevano nei giardini di Nerone. Fu probabilmente nel contesto di questo «supplizio spettacolare» che l’apostolo Pietro venne crocefisso. Paolo, cittadino romano, portato a Roma dall’Oriente, venne decapitato, previo processo, nel 66 o 67.

Jean-Léon_Gérôme_-_The_Christian_Martyrs_Last_Prayer_-_Walters_371131-1024x597[1]

 

 

Persecuzioni circoscritte e locali ebbero luogo, durante il II secolo: in Bitinia e ad Antiochia, sotto Traiano (98-117); nella provincia d’Asia, sulla scia di manifestazioni popolari, sotto Adriano (117-138); sotto Antonino (138-161), il cristiano Tolomeo a Roma e il vescovo Policarpo a Smirne vennero condannati solo per aver ammesso di essere cristiani; una recrudescenza delle persecuzioni si ebbe sorto il regno dell’imperatore Marco Aurelio (161-185), il quale, nonostante il coraggio dei martiri davanti alla morte, per i cristiani nutriva solo disprezzo. I cristiani iniziarono a essere considerati responsabili delle disgrazie dell’epoca, divenendo quindi le prime potenziali vittime di riti espiatori. Così, il filosofo e apologeta Giustino venne messo a morte a Roma; a Lione, nel 177, il vecchio vescovo Fotino e parecchi cristiani morirono in carcere, mentre il diacono della Chiesa di Vienne, Sanctus, Attalo (nonostante fosse cittadino romano), la schiava Blandina, l’adolescente Pontico e altri vennero esposti alle fiere nell’anfiteatro delle Tre Gallie; i loro corpi furono gettati ai cani e quindi bruciati, e le ceneri gettate nel Rodano; a Pergamo, alcuni cristiani furono torturati e poi bruciati vivi nell’anfiteatro. Nel 180, per la prima volta nell’Africa del Nord, alcuni membri cristiani vennero decapitati per la loro fede; a Roma, altri furono condannati ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna. Non mancarono però i governatori che rimisero in libertà i cristiani, e l’imperatore Commodo amnistiò alcuni confessori dietro pressioni della sua cerchia, essendo il cristianesimo ormai penetrato in tutti gli ambienti, compresa la corte.

I cristiani diventavano sempre più numerosi; in ogni città, la Chiesa aveva iniziato a organizzarsi con un vescovo al vertice, assistito da preti e diaconi; questa organizzazione, nota alle autorità come al pubblico, poteva essere assimilata a quella dei collegi, e in quanto tale permetteva di avere luoghi di culto e cimiteri propri. Le persecuzioni però avevano luogo comunque, alcune contro convertiti, catecumeni e neobattezzati, nonché contro i loro catechisti, come ad Alessandria nel 202-203; o a Cartagine, dove vennero arrestati alcuni catecumeni, fra cui due giovani donne, Perpetua e Felicita; giudicati e condannati alle fiere, questi vennero messi a morte il 7 marzo 203 insieme al loro catechista, dopo essere stati battezzati nel carcere; si rifiutarono di essere vestiti, gli uomini con l’abito dei sacerdoti di Saturno, le donne con quello delle iniziate di Cerere, perché il loro martirio non venisse trasformato in un sacrificio ali dèi dell’Africa romana. Le denunce e la pressione popolare suscitavano continue fiammate di violenza, come il massacro di cristiani ad Alessandria del 249. I cristiani in pericolo di morte esaltavano l’ideale del martire come testimonianza assoluta di fede, compimento della perfezione cristiana per imitazione del Cristo crocifisso, apparente sconfitta che trascendeva in trionfo.

Durante il III secolo l’impero si trovò alle prese con dure prove (invasioni dei goti, catastrofi naturali), interpretate come segnali del fatto che la pace degli dèi era stata turbata; per ristabilirla, l’imperatore Decio ordinò, per il 3 gennaio 250, una supplica generale: tutti i cittadini (in pratica tutti gli abitanti liberi dell’Impero post 212) e i loro familiari avrebbero dovuto compiere un atto religioso in onore degli dèi attraverso l’offerta di incenso, libagioni, sacrificio o consumo di carne consacrata; vennero rilasciati certificati di sacrificio che certuni acquistarono. A rigor di termini non si trattò di un editto di persecuzione, e tuttavia la scatenò, perché mirava a costringere all’abiura coloro che rifiutassero di sottomettervisi o, in caso contrario, a condannarli. Numerosi cristiani si sottomisero spontaneamente, alcuni abiurarono sotto costrizione, altri, i confessori, sottoposti a tortura, resistettero; i martiri vennero condannati a morte. La persecuzione cessò alla morte di Decio, nel 251, ma ricominciò quando il suo successore ordinò nuovi sacrifici pubblici per scongiurare una pestilenza, ancora una volta al grido “I cristiani ai leoni!” della folla ostile. Gli apostati erano stati più numerosi dei martiri e dei confessori, soprattutto in Africa. Evitando il duplice scoglio del rigorismo e del lassismo, Cipriano, vescovo di Cartagine, preconizzò una penitenza proporzionata alla colpa che venne adottata da un concilio africano, in comunione con il vescovo cli Roma, Cornelio. Venne così definita, per la Chiesa universale, una disciplina di penitenza e di misericordia.

Nel 257-258, a causa della situazione particolarmente grave, l’imperatore Valeriano ordinò una persecuzione generale nei confronti dei cristiani, allo scopo di dirottare su di loro lo scontento popolare. Per la prima volta, vennero promulgati due editti che li prendevano esplicitamente ed esclusivamente di mira:

  • nel 257 furono vietate le riunioni e l’accesso ai cimiteri; vescovi, preti e diaconi erano costretti al sacrificio, pena l’esilio e la confisca dei beni;
  • nel 258, venne decretata la condanna a morte per i chierici e le persone di alto rango.

La persecuzione divenne sanguinosa: a Roma furono decapitati il vescovo e quattro diaconi; Cipriano e altri vescovi africani, alcuni vescovi spagnoli e Dionigi di Lutezia subirono la stessa sorte.

Dopo la cattura di Valeriano da parte dei persiani, suo figlio Gallieno, desideroso di pace civile, diede prova di realismo sospendendo la persecuzione nel 260 e autorizzando i cristiani a recuperare luoghi di culto e cimiteri. Sebbene la religione cristiana non fosse riconosciuta come legale, per quarant’anni i cristiani beneficiarono di un periodo di pace che consentì alla Chiesa di svilupparsi sia pure in modo disomogeneo, a seconda delle regioni. Un’espansione che opportuno non sopravvalutare e che coinvolse fra il 3 e il 15% della popolazione, più in Oriente e in Africa che non nelle regioni scarsamente urbanizzate d’Occidente.

A partire dal 284, l’imperatore Diocleziano intraprese la riorganizzazione dell’Impero attraverso l’istituzione, nel 293, di un collegio di quattro imperatori (la Tetrarchia). L’impresa in questione, che presupponeva la rigida coesione nel contesto della religione tradizionale, ebbe come conseguenza la persecuzione di tutti coloro che la rifiutavano: toccò ai manichei nel 297 e, a partire dal 303, ai cristiani. Attraverso quattro editti vennero promulgati divieti e pene via via più severe: demolizione delle chiese, rogo delle Scritture, destituzione degli ufficiali e dei funzionari cristiani, seguiti dall’arresto dei capi delle Chiese e, infine, dall’obbligo per tutti di sacrificare, pena la morte. L’applicazione di queste misure variò a seconda delle zone: la persecuzione fu durissima in Oriente fino al 311 (e anche oltre), brutale in Spagna, in Africa e in Italia fino al 306 e limitata in Gallia, allora sotto il dominio dell’imperatore Costanzo, tollerante se non addirittura simpatizzante del cristianesimo.

Nel 311 l’imperatore Galerio, accanito persecutore, riconobbe il fallimento di una persecuzione che, per quanto cruenta, non era riuscita a sradicare il cristianesimo. Realista, ma senza troppi rimpianti, decise di dar prova di “indulgenza”. Concesse il diritto di essere cristiani e di ricostruire i luoghi di riunione, aggiungendo che i cristiani dovranno pregare il loro Dio per la nostra salute, per quella dello Stato e per la loro. I cristiani non chiedevano altro da tre secoli: il cristianesimo veniva legalmente riconosciuto.

La decisione, presa a Milano nel 313 dall’imperatore Costantino, personalmente convertito, e da Licinio, concesse «ai cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità». La libertà di religione e di culto veniva così riconosciuta: un’innovazione, questa, di grande portata. Il martirio cessava di essere, almeno per il momento, la via regia alla santità; il culto dei martiri e la venerazione delle loro reliquie ebbe nuovo sviluppo. Vennero elaborate nuove modalità di testimonianza della fede, insieme ad altre strade per accedere alla perfezione, in particolare l’ascetismo.

Fonti bibliografiche

Storia del cristianesimo a cura di A. Corbin