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Ominidi e Uomo

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I fossili umani

Quando pensiamo all’evoluzione umana, ci vengono immediatamente in mente i quadri e le statue, che vediamo spesso nei musei e nei libri e che raffigurano qualcosa a mezza strada fra l’uomo e la scimmia. Tali esseri, in verità, sono esistiti soltanto nella mente dei loro artisti. Una fotografia di L.S.B. Leakey , vari anni fa, richiamò la mia attenzione su questo fatto. Fra le dita stringeva un frammento di osso, tanto piccolo da essere appena visibile. Nell’articolo annunziava che il suo ritrovamento colmava un importante vuoto nella conoscenza della storia dell’evoluzione dell’uomo.

Partendo da minuscoli frammenti come questo, gli evoluzionisti costruiscono dei grandi modelli raffiguranti non la persona o l’animale come erano, poiché è impossibile saperlo, ma come avrebbero dovuto essere per adattarsi alla teoria evoluzionistica. Questa è un’accusa grave, ma cercherò di provarla. Per prima cosa riconosco subito che non tutti i casi sono gli stessi e che a volte le ossa forniscono al disegnatore un ausilio per il disegno che deve fare, ma il numero delle ossa in possesso degli scienziati è molto limitato. Esaminiamone alcune che sono state ritenute le più importanti.

L’uomo di Piltdown

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L’uomo di Piltdown (di solito, come in questo caso, ai fossili considerati nella linea umana, è stato dato il nome del luogo in cui sono stati trovati), costituì una delle più importanti scoperte di fossili umani. Esso venne rinvenuto in una cava di ghiaia nel Sussex, in Inghilterra, nel 1912, e venne generalmente usato come prova convincente dell’evoluzione dell’uomo in testi pro evoluzionisti. L’Enciclopedia Britannica, la più autorevole nella lingua inglese, lo considerava il secondo per importanza, fra i fossili che dimostravano l’evoluzione dell’uomo. Degli artisti evoluzionisti, partendo da un pugno di ossa, crearono i loro modelli e i loro disegni per musei e per libri di testo. Dopo molti anni si scoprì che l’uomo di Piltdown non era che una burla premeditata! La mascella era quella di una scimmia antropomorfa ed il cranio quello di un uomo moderno, malgrado il fatto che rapporti compilati da esperti affermavano trattarsi di un essere tanto primitivo che si dubitava avesse potuto parlare. Tanto la mascella quanto i denti erano stati alterati perché sembrassero antichi. Uno degli ossicini del naso proveniva probabilmente da un’altra parte del corpo di un animale di piccole proporzioni.

Mentre da un lato non dimostra l’evoluzione, l’uomo di Piltdown dimostra la difficoltà, se non l’impossibilità di ricostruire con precisione uomini che non vivono più. Alcuni scienziati, sin dall’inizio, si mostrarono scettici circa l’uomo di Piltdown, com’è avvenuto anche per altri fossili umani. Tuttavia fu quarant’anni dopo che esso venne infine discreditato. Oggi le statue dell’uomo di Piltdown sono state rimosse dai musei e i disegni che lo rappresentavano dai libri, benché il danno da esso arrecato […] sussista ancora nella vita di molti. E’ lamentevole che non si sia più guardinghi nell’insegnare agli scolari, come fatti, cose che scienziati di fama ritengono dubbie.

L’uomo del Nebraska

Un altro fossile che era stato accolto come un progenitore del genere umano fu l’uomo del Nebraska, anche chiamato con il suo più altisonante nome scientifico Hesperopiteco. Si trattava, in pratica, di null’altro che di un dente, ma era tutto quello che era necessario perché degli esperti costruissero l’intero uomo che, naturalmente, aveva proprio l’aspetto sognato da un evoluzionista. Attualmente forse si continuerebbe a […] (insegnare e divulgare le teorie costruite e confermate su quella) scoperta (se non si fosse capito) che si trattava del dente di suino e non di un uomo (2).

Questi esempi servono a metterci in guardia contro la grande eventualità di errori nell’interpretazione delle prove fornite dai fossili, allorquando si ha un’idea preconcetta con la quale si vuol far calzare tutto.

La grandezza della scatola cranica e la grandezza e la forma delle altre ossa vengono usate per determinare il grado di evoluzione. Ma va ricordato che anche fra le persone viventi oggi esiste una grande differenza. Le ossa del pigmeo attuale o dell’aborigeno australiano paragonate a quelle di un giocatore di pallacanestro mostrano una grande differenza e, se poste nell’ordine giusto, potrebbero servire per dimostrare o l’evoluzione o la degenerazione per coloro che non sapessero che queste persone sono vissute nella stessa epoca. Per mostrare una diversità nei confronti dell’uomo moderno è realmente necessario paragonare gli ossi fossili con quelli dell’uomo moderno più specificamente simile e non con l’uomo medio.

Datazioni

Provare l’età dell’uomo fossile comporta un certo numero di altre difficoltà, una delle quali è costituita dal fatto che si ha l’abitudine di seppellire i morti invece di lasciarli negli strati nei quali hanno vissuto e camminato. Questa abitudine potrebbe creare un’enorme differenza se la regione nella quale vivevano avesse subito un’erosione, poiché basterebbe scavare di poco per porre il morto in strati formatisi molti anni prima. Un’altra difficoltà è che i fossili non si formano normalmente, se non si è verificata una pressione, di solito sotto l’acqua. In condizioni ordinarie i corpi si decompongono. E a rendere più complicato il problema, gli scheletri non vengono di solito rinvenuti insieme, ma in pezzi sparsi qua e là.

Alle difficoltà sopra menzionate si aggiunge quella costituita dalla datazione, generalmente molto incerta, in quanto basata sulla speranza che sia vera l’evoluzione che essa cerca di provare. Si tratta di stabilire l’età dei fossili mediante l’età degli strati che li contengono, la quale è di solito a sua volta determinata dall’età dei campioni fossili contenutivi. La difficoltà di datazione dei fossili umani è ancora più evidente poiché per il periodo del Pleistocene, nel quale, secondo gli evoluzionisti, si sviluppò l’uomo, si hanno poche prove di evoluzione di altre forme di vita e si manca perciò di fossili guida. Si cerca di fissare una data per questo periodo mediante i cambiamenti climatici, e la sua durata sarebbe stabilita sulla base delle ere glaciali. Il numero delle ere glaciali postulate per l’America varia da una a cinque, ma il più comunemente indicato è di quattro. Il completo accordo manca ancora e le prove raccolte in altre parti del mondo non contribuiscono molto ad appoggiare l’idea di quattro ere glaciali. Per esempio «nuovi studi fondamentali compiuti da A.I. Popov cambiano radicalmente i fatti conosciuti sull’era glaciale in Siberia occidentale. Il fenomeno dominante osservabile del Quaternario era una vasta invasione del mare e non una glaciazione» .

Le prove tendono a far pensare, secondo questi autori, che molte di quelle che erano considerate prove di una glaciazione non erano altro che risultati del ghiaccio trasportato dal mare. Se invece di esservi quattro distinte ere glaciali, l’erosione glaciale si è verificata solo durante un periodo, il periodo del Pleistocene ne risulterebbe drasticamente abbreviato.

Le parole di Frederick Johnson, che scriveva insieme a Willard Libby, la più alta autorità riconosciuta sulla datazione mediante il radiocarbonio, difendono la datazione col carbonio contro le critiche mossegli da sostenitori di altri metodi e mettono anch’esse in risalto la precarietà delle datazioni in questo periodo:

In geologia, alcune, ma non tutte le critiche circa le date ottenute mediante il radiocarbonio, sono basate su deduzioni riguardanti il comportamento di una lastra di ghiaccio attualmente inesistente. Non v’è alcuna maniera per provare o negare le ipotesi circa la velocità con la quale il ghiaccio ha avanzato o si è ritirato, il grado di precisione del tentativo di calcolare gli anni passati contando gli strati formati in fondo a vecchi laghi o il significato delle modificazioni della vegetazione .

Egli conclude che è « assurdo » criticare le date ottenute mediante il carbonio sulla base di questo tipo di prove. La confusione che risulta nella datazione di un periodo nel quale si suppone l’uomo stesse evolvendosi viene fatta risaltare nella discussione presentata nell’Enciclopedia Britannica circa l’ultima era glaciale: «Si constata che la datazione mediante il radiocarbonio assegna soltanto la metà del tempo concesso dalle più antiche valutazioni… I geologi conservatori ritengono a proposito delle ere glaciali che si dovrebbero proseguire le ricerche per ottenere ulteriori e più ampie informazioni. Nel frattempo si deve rispettare il lavoro di stratigrafia, lavoro e ricerca attentamente documentati» . Ciò significa che per adesso si seguiranno le date più antiche invece di quelle ottenute mediante il radiocarbonio che ridurrebbero il tempo della metà. Ma come vedremo esistono prove convincenti che le date ottenute mediante il radiocarbonio sono esse stesse troppo antiche.

I fossili, che gli evoluzionisti hanno considerato umani o appartenenti alla linea evolutiva dell’uomo, sono da anni fonte di estrema confusione. La tendenza di ciascuno degli scopritori era quella di considerare la propria scoperta come qualcosa di unico, di un tipo completamente diverso da quella degli altri, sottraendola a volte gelosamente allo sguardo sfavorevole dei colleghi scienziati.

E’ emersa nondimeno una quadruplice classificazione dei presunti anelli di congiunzione fra l’uomo e gli animali inferiori che è diventata la classica spiegazione dell’evoluzione umana. Malgrado ciò, la storia della ricerca di una connessione tra l’uomo e gli animali è la storia di un processo continuo di scoprire e scartare un presupposto anello di congiunzione dopo l’altro, allorché si scoprono fossili di uomini che vissero prima degli intermedi. Ciò sta spostando la ricerca di una forma intermedia a strati sempre più vecchi. Mostreremo più avanti che c’è qualche evidenza nei fossili che ci consente di prevedere la continuazione di questo processo fino agli strati più vecchi. Nel frattempo, bisogna leggere ciò che segue realizzando che tutti gli anelli di congiunzione di questo classico sistema di classificazione sono già stati scartati. Nel 1972 quando Richard Leakey trovò il cranio 1740, che menzioneremo più avanti, dichiarò che ciò eliminava completamente la classica spiegazione dell’evoluzione umana e che non aveva nulla da mettere al suo posto. A quanto pare, neppure nessun altro è stato capace di sostituirlo, perché i testi vanno ancora presentando il vecchio smentito sistema dell’evoluzione umana. Dunque esaminiamo questo sistema iniziando dall’anello più antico.

L’Australopiteco

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Si tratta di animali simili a gorilla, almeno per quel che riguarda la cresta ossea rinvenuta a volte alla sommità del cranio e le dimensioni del cervello. I denti sono tuttavia alquanto simili a quelli dell’uomo. Inoltre è probabile che questi esseri camminassero in posizione eretta. Di essi si sa ben poco altro, poiché i fossili rinvenuti sono pochi e frammentari. I fossili più noti appartenenti a questo gruppo sono lo Zinjantropo e l’Homo habilis, rinvenuti in Africa dal dottor Leakey.

Il più completo di questi ritrovamenti effettuati dal Leakey è un cranio che, al momento del suo rinvenimento era sminuzzato in più di quattrocento pezzi ritrovati setacciando tonnellate di terra fra le quali erano sparsi. Occorse più di un anno per mettere insieme i pezzi, ed un collega del Leakey disse che era come ricostituire un uovo schiacciato da un autocarro .

Malgrado la forma di tali pezzi, non solo il cranio è stato ricostruito in maniera da soddisfare i requisiti dell’evoluzione, ma sono state presentate illustrazioni del suo aspetto completo di barba. Mentre, di solito, ricostruzioni di tal genere vengono eseguite con grande cautela e mettendo in guardia circa i loro limiti, sventuratamente esse sono spesso impiegate da altri per «smerciare» l’evoluzione agli scolari, senza il beneficio delle riserve e delle messe in guardia espresse al riguardo.

I metodi convenzionali di datazione facevano risalire lo Zinjantropo a più di seicentomila anni or sono. Il metodo del potassio e argon, ad un milione e settecentomila anni.

La maggior parte delle autorità, oggi sostiene che l’uomo moderno non si è sviluppato dall’Australopiteco, ma che invece tutti e due provengono da qualche altro animale ancora sconosciuto.

Il Pitecantropo o Homo erectus

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Il secondo gruppo è quello del Pitecantropo che si ritiene avesse caratteristiche intermedie fra la famiglia dell’Australopiteco e noi e che sarebbe vissuto mezzo milione di anni or sono.

Fra i fossili più importanti di questo gruppo c’è il Sinantropo, anche conosciuto sotto il nome di uomo di Pechino, poiché questi fossili furono rinvenuti in Cina, nei pressi di Pechino. Questi avanzi consistevano soprattutto in denti, mandibole e parti di quattordici crani che presumibilmente erano stati fracassati per poterne mangiare il cervello che, per ciascun cranio, costituiva una quantità di carne che andava dai cm3 915 ai 1225. Insieme a questi fossili c’erano prove dell’uso del fuoco e di utensili. Tutti questi fossili sono apparentemente andati perduti nel tentativo di farli uscire dalla Cina durante la seconda guerra mondiale.

L’altro ben noto rappresentante di questo gruppo è l’uomo di Giava, di cui si hanno una calotta cranica ed un femore. Fu rinvenuto dapprima da Eugène Dubois insieme ad altri crani umani ordinari di cui egli non fece cenno per trent’anni, fino a quando l’uomo di Giava non fu comunemente accettato. Più tardi vennero rinvenute parti di quattro altri crani, alcuni denti e frammenti di mandibole e di femori. I femori sarebbero stati identici a quelli dell’uomo moderno. Ciò attribuisce all’uomo di Giava, una posizione di rilievo nell’evoluzione, poiché alcuni descrivono la testa del Pitecantropo come simile a quella di una scimmia antropomorfa. Tuttavia, poiché furono trovati anche crani umani normali, esiste sempre la possibilità che le gambe accompagnassero i crani umani e non l’uomo di Giava, poiché tutto fu trovato nella ghiaia depositata sull’argine di un fiume. Se vivevano ambedue nella stessa epoca, si escluderebbe così l’importanza dell’uomo di Giava dal punto di vista evolutivo. Per quel che riguarda i denti, tuttavia, essi rassomiglierebbero a quelli umani sotto molti aspetti, ma ne differirebbero sotto altri.

Nel riportare questi «fatti» a proposito del Pitecantropo e dell’Australopiteco, ho cercato di essere quanto più obiettivo possibile e di presentare il pensiero corrente della maggioranza. Ma le autorità in questo campo sono in disaccordo fra loro e anche riguardo alle proprie precedenti affermazioni, sia a proposito delle opinioni circa l’evoluzione, sia circa il volume cerebrale, l’uso del fuoco e degli utensili degli uomini o degli animali cui appartengono i fossili, o di altri che abitarono la caverna molti anni dopo, ecc. Tutto ciò che si può realmente dire, quindi, è che il Pitecantropo e l’Australopiteco vivevano un tempo ma che ora sono estinti. Come si dirà anche nella parte riguardante l’anatomia comparata, le interpretazioni dipendono dalle opinioni basilari di coloro che interpretano. Se pensano che la somiglianzà debba per forza mostrare derivazione, vengono ad una conclusione. Se pensano invece che la somiglianzà di disegno indichi la creazione dallo stesso creatore arrivano ad una conclusione diversa.

E’ possibile che Dio abbia creato l’Homo erectus così come era.

Un’altra possibile spiegazione è quella che esso fu prodotto da mutazioni, che operando nella loro solita direzione in persone normali diedero origine ad una razza degenerata.

Un’affascinante ma non tanto probabile variazione è quella dell’evoluzionista dott. Geoffrey Bourne, un noto primatoloeista il quale ritiene che sia la scimmia ad essersi sviluppata dall’uomo! Poiché per lungo tempo l’Homo erectus è stato considerato dagli evoluzionisti un anello di congiunzione fra l’uomo e la scimmia e ora sembra che l’uomo sia vissuto assai prima dell’Homo erectus, il dott. Bourne pensa che il primo Homo erectus, si sviluppò dall’uomo e poi la scimmia dall’Homo erectus! Sebbene il dott. Bourne non abbia convinto molti che la scimmia si sviluppò così dall’uomo, il fatto che un coltissimo ed eminente scienziato ritenga che la prova si dovrebbe interpretare proprio in maniera opposta a quella normalmente impiegata dagli altri evoluzionisti, mostra quanto in effetti sia debole l’evidenza a favore dell’evoluzione umana.

L’uomo di Neanderthal

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Anche a proposito dell’uomo di Neanderthal i malintesi sono stati altrettanto grandi come nel caso dell’inganno di Piltdown. In merito a ciò, l’Enciclopedia Britannica dice: «La concezione popolare, secondo cui questi individui avevano stazione goffa ed andatura dinoccolata con ginocchia piegate, sembra sia dovuta in larga parte all’erronea interpretazione di certe caratteristiche delle ossa delle ginocchia di uno degli scheletri di Neanderthal scoperti agli inizi del XX secolo» .

Da cento anni ci si serve dell’uomo di Neanderthal per insegnare l’evoluzione. Il materiale fossile a nostra disposizione è di gran lunga più abbondante per l’uomo di Neanderthal che per gli altri gruppi che abbiamo già esaminato. La maggior parte di esso è stato a nostra disposizione da anni; alcuni di questi fossili da prima di quello impiegato per l’interpretazione evolutiva, ma solo negli ultimi anni, con la scoperta che uomini moderni esistevano molto prima di quelli di Neanderthal si comincia a cessare di servirsi di lui come un anello nell’evoluzione dell’uomo! Come i musei dovettero disfarsi delle statue dell’uomo di Piltdown, adesso stanno cambiando quelle di Neanderthal. Cito l’estratto di un articolo del «Portland Oregonian» degli inizi del 1971, circa il cambiamento delle statue dell’uomo di Neanderthal al Chicago Field Museum of Natural History. Esso si intitola: «Lento avanzamento dell’uomo di Neanderthal» (in un’epoca in cui si può raggiungere la luna in un paio di giorni, lento è senz’altro il termine da impiegare!).

«L’idea che si aveva dell’uomo di Neanderthal era quella di un povero scemo peloso e tanto curvato che le dita si trascinavano per terra, mentre gli occhi incavati scrutavano da sotto massicce sopracciglia cercando carne.

In primo luogo -diceva Cole- l’uomo di Neanderthal stava ritto come noi. Il capo era eretto, ben disposto sulla colonna vertebrale, altrimenti avrebbe perso l’equilibrio.

Aveva un buon volume cerebrale e non c’era quella sorta di gobba muscolosa che andava dalle spalle al collo, come appariva invece nella vecchia immagine da sostituire».

Poiché gran parte del ragionamento in favore dell’evoluzione è basato sul minor volume cerebrale del Pitecantropo e dell’Australopiteco, è interessante notare che il volume cerebrale medio dell’uomo di Neanderthal è maggiore di circa cm3 100 rispetto a quello medio dell’uomo odierno che è di cm3 1350 . E’ anche interessante osservare quanto poco importante divenga la questione del volume cerebrale quando ci occupiamo di volumi cerebrali più grandi di quelli dell’uomo di oggi invece che di quelli più piccoli. A proposito di tale ragionamento, il ben noto antropologo M. F. Ashley Montague scrive:

«Paragonato all’uomo moderno, l’uomo di Neanderthal si distingue per la fronte molto meno schiacciata di quanto appaia, in quanto l’apparenza viene accentuata dalla presenza di arcate sopraccigliari molto sviluppate… Nonostante il fatto che le conclusioni relative all’intelligenza dedotte dalla forma della testa siano state da tempo dimostrate infondate, vi sono tuttavia alcuni studiosi i quali, dimentichi di questo fatto, asseriscono che l’uomo di Neanderthal non doveva esser molto intelligente, poiché aveva sopracciglia alquanto più sporgenti delle loro. Resta il fatto che, entro una certa gamma di variazioni, né il volume, né la forma, né la misura del cervello degli ominidi si trova legato minimamente all’intelligenza. Individui il cui cervello non superava i cm3 750 si sono dimostrati d’intelligenza perfettamente normale. E’ noto che persone con fronte bassa non sono mentalmente né migliori né peggiori di quelli che l’hanno alta…» .

Le epoche che oggi sono assegnate ai fossili di Neanderthal variano dal 30.000 al 60.000 a.C. Però a volte si sentono ancora date fino al 150.000 a.C. prima attribuite ad essi. I fossili che vengono ritenuti più antichi dimostrano essere quelli maggiormente simili all’uomo moderno , mostrando che egli si è sviluppato da noi e non viceversa. L’uomo di Neanderthal prova semplicemente che l’uomo ha una terribile tendenza a forzare l’evidenza perché questa coincida con le sue teorie. Ci si chiede quante altre prove date dai fossili in favore dell’evoluzione verrebbero a cadere se se ne sapesse qualcosa di più a loro riguardo, o se ciò che sappiamo già non fosse interpretato partendo da presupposti evoluzionistici.

Per riassumere, allora, l’insegnamento che l’uomo si sarebbe evoluto dall’uomo di Neanderthal che camminava piegato ed era stupido, è stato basato sull’immaginazione degli evoluzionisti e su di un fossile che aveva una malattia delle ossa. Questo è stato un errore molto più grave di quello dell’uomo di Piltdown, in quanto che esistevano molti scheletri di Neanderthal che mostravano che tutti gli altri camminavano ritti come noi.

L’Homo sapiens (l’uomo moderno)

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L’uomo di Cro-Magnon sarebbe l’autore dei famosi dipinti cavernicoli che si fanno risalire ad un periodo che va da 34.000 a 10.000 anni a.C.. Questi dipinti mostrano una esecuzione uguale a quella di artisti moderni. Particolarmente famosi sono i dipinti rinvenuti a Lascaux, in Francia, e che risalirebbero a 30.000 anni a.C., ma che il metodo di datazione col radiocarbonio pone intorno all’ottavo millennio a.C. Poiché ciò non si accorda con la teoria della grande antichità di questi dipinti, queste date vengono respinte, col pretesto ch’esse mostrano semplicemente che la caverna era ancora abitata a quell’epoca . Non viene però spiegato come mai dopo 20.000 anni di esposizione al fumo dei fuochi accesi dai cavernicoli (dai cui carboni vengono le date) quei dipinti potessero apparire ancora vivi e in buono stato.

E’ interessante notare che il cervello dell’uomo di Cro-Magnon aveva una capacità di cm3 1550-1750, cioè di cm3 200-400 superiore a quella dell’uomo moderno .

Il Cranio di Swanscombe, rinvenuto nel 1935 era considerato dagli evoluzionisti come uno dei più antichi fossili umani normali. «Misurate valutazioni basate su considerazioni di natura geologica danno un’antichità di non meno di 100.000 anni, oppure, secondo la prova potassio-argon, probabilmente almeno 200.000 anni!» . Il cranio di Steinheim costituisce un altro fossile ritenuto appartenente allo stesso periodo del cranio di Swanscombe.

La prova che prima dell’epoca di Neanderthal vi erano uomini normali avrebbe dovuto dimostrare agli evoluzionisti che questi non erano provenuti dall’uomo di Neanderthal, ma non fu così. Questo fatto mostra quale sia la confusione esistente a proposito dei fossili umani.

Nel 1965 venne rinvenuto a Vértesszöllös l’uomo d’Ungheria, fossile di particolare importanza poiché si ritiene che siano ben definite le epoche dei vari strati di quella zona . All’epoca in cui si stabilì la sua datazione, l’uomo d’Ungheria venne classificato come Pitecantropo, perché concordava con l’età di 400.000 anni assegnatagli . Successivi esami dei fossili hanno mostrato invece che si trattava di esempi di Homo sapiens . Poiché esisteva quasi nell’epoca stessa del Pitecantropo una delle nostre attuali specie, ciò rendeva quasi impossibile la nostra evoluzione da lui e molto difficile quella a partire dall’altro candidato l’Australopiteco.

Il ritrovamento del cranio 1740, avvenuto ad opera di Richard Leaky nel 1972, sembra aver eliminato ancora più definitivamente dalla linea dei nostri possibili progenitori sia l’Homo erectus che l’Australopiteco. Il cranio 1740 fu trovato in strati che si suppone si fossero formati milioni di anni prima dell’Homo erectus e contemporaneamente con l’Australopiteco, ma è essenzialmente di forma umana. La massa cerebrale (si riferisce sia stata di 800 cm3) era alquanto piccola per accertare se si trattava di un essere umano o di un animale estinto. Comunque se non apparteneva a un essere umano, la prova, confermata da scoperte successive, indica che il possessore del cranio 1740 era più simile all’uomo che non gli uomini scimmia dai quali, comunemente, ci è stato insegnato ci siamo evoluti. Una di queste scoperte successive consiste in orme umane trovate nel 1979 che, secondo Mary Leakey, stabiliscono il fatto che 3.600.000 anni fa l’uomo camminava ritto come noi.

Molte persone autorevoli concorderebbero con la dichiarazione di Leakey che il cranio 1740 respinge tutto quanto si era creduto precedentemente intorno all’evoluzione umana e che non è chiaro che cosa si dovrebbe mettere al suo posto.
Ciò non costituisce tuttavia un grave colpo per l’evoluzione come potrebbe sembrare, poiché molti evoluzionisti seri avevano già eliminato queste come eventuali possibilità ed essendo restati sforniti di qualcosa di ragionevole su cui appoggiare, si erano trincerati dietro l’illusorio «antenato comune». Poiché la caratteristica dell’antenato comune sembra sia quella di non lasciar fossili, è ancor più difficile provare che non siamo suoi discendenti. Ci sono anche alcuni che suggeriscono come nostro progenitore un dente chiamato Ramopiteco del quale non si conosce quasi niente.

***

(1) Tratto da Tommaso Heinze, Creation vs. evolution handbook, Ed. Centro Biblico Napoli, 1973, cap. 1. (2) Duane Gish, intervista a Panorama, 2.2.1981. Duane Gishil, biochimico che ha collaborato fra l’altro alle ricerche del premio Nobel Vincent Du Vigneaud sulla sintesi di ormoni.

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