Origini del Cristianesimo

Il cristianesimo è nato in un’epoca precisa della storia del mondo mediterraneo e del vicino Oriente, l’Antichità, in un paese, la Giudea, che allora faceva parte dell’Impero romano; con radici nella fede e nella cultura giudaiche, ebbe poi rapido sviluppo nella cultura greco-romana.

Il cristianesimo è sorto dalla predicazione dell’ebreo Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per la salvezza degli uomini. La fede cristiana si fonda sulla testimonianza dei primi discepoli che hanno riconosciuto in Gesù il Messia o Cristo (da cui il nome cristiani) annunciato dai profeti. Questi hanno proclamato che Dio aveva resuscitato colui che era stato messo a morte per mano degli uomini. Essi hanno toccato il suo corpo — fondamento della credenza dei cristiani nella resurrezione della carne —, e poiché questo in seguito era scomparso ai loro occhi, Dio aveva inviato lo Spirito Santo per dar loro la forza di annunciare quella Buona Novella (Vangelo) «fino ai confini della terra», così come prescriveva la missione affidata loro da Gesù.

In Palestina si formarono tra i giudei e i non giudei (o gentili) piccole comunità di credenti, che si diffusero poi nella parte orientale dell’impero romano e a Roma, e successivamente nella sua parte occidentale, ma anche in regioni esterne — Mesopotamia e forse India in epoca apostolica, Armenia, Georgia, Etiopia — e, nel IV e nel V secolo, tra i popoli barbari: visigoti, ostrogoti, vandali.

I cristiani dei primi secoli vissero e praticarono la loro fede nelle reali condizioni del mondo del loro tempo. La Buona Novella di Gesù Cristo e gli altri testi che compongono il Nuovo Testamento sono stati messi per iscritto in greco, sebbene in certi casi siano stati simultaneamente utilizzati l’aramaico, l’ebraico e il siriaco. La Bibbia (Antico e Nuovo Testamento — il primo aveva già una versione greca, quella dei Settanta) venne tradotta in varie lingue: latino, gotico, siriaco, copto, armeno, slavone. Sempre in greco sono stati concettualizzati e formulati i primi articoli di fede. I cristiani dell’Antichità si sono avvalsi di modi del pensiero giudaico, di categorie filosofiche del pensiero greco, di tecniche discorsive della retorica greca e latina, al fine di articolare una teologia che è andata perfezionandosi nel corso del tempo. Coloro che l’hanno fatto — vescovi riuniti in concili, apologisti, Padri della Chiesa — erano mossi dalla certezza di esprimersi sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Le comunità si organizzarono e si strutturarono, unite da un legame di comunione. Se spiritualmente la Chiesa si definisce come corpo mistico del Cristo che ne è la testa e di cui tutti i battezzati sono i membri, nella realtà la Chiesa è andata costituendosi a partire dalle Chiese locali unite da un comune patrimonio di credenze e riti fondamentali (battesimo ed eucarestia). Con l’ausilio dei concetti di eresia e ortodossia, elaborati un po’ alla volta, si è costituita una dottrina che, marginalizzando alcune correnti, ha portato alla costruzione della “Grande Chiesa”.

Roberto_il_Guiscardo_Costantino[1]

Perseguitati all’inizio dalle autorità giudee, i cristiani, una volta identificati come tali, lo furono anche dalle autorità romane, che punivano il loro rifiuto di venerare gli dèi comuni a tutti. Pur sottomessi allo Stato e al potere, per il quale dovevano pregare, i cristiani si distinguevano per la loro fede e l’attaccamento a valori e costumi che davano loro modo di vivere con i contemporanei, «nel mondo ma non [essendo] del mondo». Per tale ragione, erano soggetti all’ostilità popolare e al disprezzo dei colti. A quella e a questi replicavano gli intellettuali cristiani, mentre in tempo di persecuzioni uomini e donne testimoniavano la loro fede e rivendicavano la loro fede in Cristo fino alla morte; questi martiri diventavano modelli da venerare, ma i sacerdoti erano disposti a riconsacrare, dopo un’adeguata penitenza, coloro che avevano ceduto ed erano crollati. Cessate le persecuzioni, l’ascetismo sostituì il martirio quale mezzo per raggiungere la santità attraverso l’identificazione con il Cristo.

Il riconoscimento della libertà religiosa di fronte al fallimento delle persecuzioni, l’adesione personale dell’imperatore Costantino alla fede cristiana (a partire dal 312) e poi quella dei suoi successori, fatta eccezione per Giuliano l’Apostata, crearono condizioni del tutto nuove. Ormai l’imperatore accordava ai cristiani favori tali da permettere una certa cristianizzazione dello spazio e del tempo. Interveniva anche nelle questioni della Chiesa, persino nella definizione della fede, cosa che durante il IV secolo fu fonte di conflitti. Represse un po’ alla volta i culti tradizionali, fino a vietarli alla fine del IV secolo, facendo del cristianesimo la religione dello Stato. Fu un’evoluzione sostenuta da una teologia cristiana del potere politico e della storia. I cristiani dovevano immaginare il sovrano cristiano e il suo posto nella Chiesa, ma anche la funzione dell’impero romano nel piano provvidenziale di Dio, per poi comprendere, quando Roma fu minacciata, che la sorte della Chiesa non era legata a nessuno Stato, per quanto cristiano fosse.

Fonti bibliografiche

Storia del cristianesimo a cura di A. Corbin
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