Paolo, l’ultimo apostolo, e i suoi viaggi

Gli esordi della storia della storia del cristianesimo (I- V secolo)

Paolo domina l’intera generazione apostolica, sia per la sua teologia che per la sua strategia missionaristica, ma anche per la sua folgorante scrittura, che ancora oggi si rivela di un’attualità eccezionale. Dal momento che non aveva conosciuto Gesù in vita, Paolo non era un discepolo come gli altri. La sua fede e la sua adesione al Cristo erano il risultato di una serie di esperienze ascetiche su cui avrebbe fondato la sua concezione antropologica di una ricreazione del credente attraverso l’unione mistica col Cristo. La prima esperienza ebbe luogo sulla via di Damasco: partito per abbattere, da fariseo militante, una setta che considerava deviante ed empia, Paolo ebbe una visione e ricevette una chiamata che lo convertì immediatamente, portandolo a predicare il Vangelo con lo stesso ardore con cui si era accinto a combattere. Sempre indipendente dal gruppo dei discepoli, Paolo riconosceva l’autorità di Giacomo, Giovanni e Pietro, dai quali ricevette un diretto insegnamento. Sarebbe dunque improprio farne il fondatore di una nuova religione, lontanissima dalla predicazione di Gesù in quanto rivolta ai greci. In realtà, l’intera sua vita lo destinava a essere un veicolo di cultura: ebreo della Diaspora in terra greca, poliglotta, riuscì a unire all’educazione greca ricevuta a Tarso, la città natale, la formazione di farisaico avuta a Gerusalemme. Appartenente senza dubbio a una famiglia di statura internazionale (dedita sicuramente al commercio dei tessuti), Paolo seppe immediatamente riconoscere le grandi possibilità di spostamenti e incontri offerte dall’impero romano. Il suo percorso incrociò più volte quello di Pietro, ad Antiochia, Corinto e Roma.

I grandi poli della missione

Le missioni apostoliche non ebbero lo scopo di coprire il più vasto spazio possibile, bensì di riuscire a impiantare il cristianesimo a livello locale. Le tradizioni della Chiesa suggeriscono l’esistenza di alcuni poli fondamentali o punti di partenza della missione. Il primo fu con ogni evidenza Gerusalemme. Il giorno della Pentecoste, l’orizzonte missionario del gruppo dei discepoli di Gesù si spalancò in tre direzioni. In primo luogo, la Diaspora orientale della Mesopotamia e dei contrafforti iraniani, al di lì di Damasco, regioni che intrattenevano effettivamente rapporti continui con Gerusalemme, ma di cui non abbiamo alcuna informazione fino alla comparsa, a partire dal III secolo, della cristianità siriaca e delle tradizioni relative all’apostolo Tommaso. Il secondo asse della missione si sviluppò da Gerusalemme verso l’Asia Minore secondo un percorso da est a ovest, cominciando dalle regioni continentali dell’altopiano anatolico per terminare con le città più ellenizzate della costa. Stando alla testimonianza delle Lettere, l’asse corrispondeva alle missioni di Paolo e di Pietro, che confluirono nello sviluppo delle comunità giovannee in Asia, attorno a Efeso: l’ambito missionario meglio documentato. Il terzo settore corrisponde allo spazio dominato da Alessandria — Creta, Cirenaica, deserto arabico ed Egitto — dove, dopo un secolo di silenzio, un cristianesimo intellettualmente brillante si manifesta alla metà del II secolo. Tra Gerusalemme e Alessandria gli spostamenti e gli scambi erano continui. In oriente, il primo orizzonte cristiano si inscrisse nel contesto geografico abbastanza convenzionale dei giudei ellenizzati del I secolo, per esempio quello di Filone. In altre parole, il sostegno della Diaspora fu determinante nell’elaborazione dei primi progetti missionari.

Roma, capitale dell’Impero, celebrava già la Pentecoste, come dimostra l’accenno agli ebrei di Roma giunti a Gerusalemme per la festività. La religione del Cristo era approdata nell’Urbe prima dell’arrivo di Pietro e Paolo, senza dubbio durante il regno di Claudio, nel 49 e negli anni successivi, vale a dire quando le fonti romane e cristiane diedero notizia di disordini nelle sinagoghe della capitale. Effettivamente Roma fu la tappa da cui partì il movimento di cristianizzazione delle province occidentali (Gallia, Africa e penisola iberica). In Africa, dove il cristianesimo entrò ufficialmente nella storia solo nel 180, all’epoca dei primi martiri, è presumibile che esso sia penetrato attraverso i giudei venuti da Ostia, il porto di Roma, visto che si trattava di una cristianità di lingua latina. In Gallia, dove il cristianesimo emerse nello stesso periodo (177), in occasione della persecuzione subita dalle Chiese di Vienne e Lione, le prime comunità cristiane ebbero sede nel bacino del Rodano e rivendicarono un’origine asiatica, ma a quanto sembra Roma funse da intermediaria nell’invio di missionari. La cristianità di Lione era una comunità ellenofona, come del resto le Chiese e le sinagoghe di Roma; era inserita in un ambiente di mercanti e di professionisti venuti dall’Oriente, tutti di lingua greca.

Impossibile datare gli esordi del cristianesimo nella penisola iberica Paolo si era proposto quell’obiettivo al termine delle tre missioni nel mondo greco, mentre preparava il suo arrivo a Roma. A quell’epoca, negli anni sessanta, la penisola rappresentava un obiettivo estremamente innovativo, in quanto gli orientali ellenizzati circoscrivevano le loro prospettive di viaggio al Mediterraneo orientale, nell’ambito limitato degli Atti degli Apostoli. Paolo fu dunque uno dei primi a integrare la totalità dello spazio controllato da Roma e l’universalismo dell’impero, giungendo a concepire un p0’ alla volta l’universalità della Chiesa. Questo obiettivo estremo-occidentale venne riaffermato da Clemente I negli anni novanta.

Le missioni paoline nel tessuto dell’Impero Romano

Una volta individuati i grandi poli, risulta possibile analizzare con maggior precisione il processo di espansione del cristianesimo grazie alle Lettere di Paolo, riguardanti le sue missioni ad Antiochia, a Cipro, in Anatolia, in Macedonia, in Grecia e, infine, nella regione di Efeso. Fortuna vuole che siamo in possesso di precisi riferimenti cronologici: nel 52 Paolo era a Corinto, sicché l’insieme delta sua missione ebbe luogo negli anni 30-60, con una cadenza che resta largamente ipotetica. La concezione che aveva dei suoi viaggi missionari era del tutto tradizionale, trattandosi sempre di peripli o circuiti a partire da Gerusalemme, con ritorno al punto di partenza per rendere conto alla Chiesa di Gerusalemme o, la terza volta, per un pellegrinaggio. Spesso considerato un grande viaggiatore, Paolo non deve essere però scambiato per un avventuriero o uno scopritore. All’epoca quei viaggi non avevano niente di straordinario. Paolo non ha tentato di coprire il più vasto spazio possibile, ma ha mirato piuttosto a creare dei poli cristiani, avvalendosi delle infrastrutture dell’impero per trasmettere il suo Vangelo.

In fin dei conti, Paolo fece il giro delle capitali provinciali dell’Impero romano: Antiochia, capitale della Siria; Pafo, capitale di Cipro; Tessalonica, capitale della Macedonia; Corinto, capitale della provincia di Acaia, corrispondente all’antica Grecia; Efeso, capitale della provincia d’Asia. A ciò va aggiunta l’evangelizzazione di colonie di veterani romani incaricate del controllo dei nodi stradali, come Antiochia di Pisidia e Filippi di Macedonia, che Paolo stesso considerò sempre come il punto di partenza e sostegno della sua missione in Grecia. Allo stesso modo, su scala più vasta, fu sempre a partire dalle capitali provinciali, Alessandria, Cartagine o Lione, che il cristianesimo si diffuse nelle province. Le capitali provinciali erano poli di raduno per gli abitanti della regione, che vi erano regolarmente richiamati dalla presenza dell’amministrazione romana e dallo svolgimento delle assisi giudiziarie; funzione, questa, che veniva incrementata quando le città erano anche mete di pellegrinaggio o di festività, come Corinto o Efeso. In quei luoghi eletti della romanità, Paolo puntava forse a raggiungere l’élite romana, l’ambiente del governatore; è così che gli Atti degli Apostoli lo descrivono a Cipro. Soprattutto, come egli stesso spiega nella Lettera ai tessalonicesi, si servì della rete di diffusione delle notizie, di modo che il suo messaggio precedeva sempre il suo arrivo. La diffusione di un’informazione a partire da una capitale è valutabile a un raggio di circa trecento chilometri. Quando, nella Lettera ai romani, Paolo fa il bilancio della sua missione in Grecia, dice di aver raggiunto l’Illiria, termine che non può designare se non la regione della parlata illirica, là dove cessava il greco e cominciava il mondo barbaro settentrionale; il paese degli miri, sulle sponde dell’Adriatico, venne infatti evangelizzato molto più tardi. Il limite linguistico in questione si situava nella zona del lago di Ocrida, nel centro dei Balcani, a circa trecento chilometri da Filippi. È la stessa che separa Efeso dalle fondazioni paoline di lerapoli, Colossi e Laodicea. Facile capire perché Paolo soggiornò a lungo in quelle capitali, veri e propri snodi di comunicazione e di diffusione delle informazioni: rimase infatti ben diciotto mesi a Corinto e tre anni a Efeso.

L’esame degli itinerari di Paolo e dei suoi passaggi da una regione all’altra contribuiscono a dipingerlo come un uomo abile a intessere reti. Quale inviato della Chiesa di Antiochia, era stato affiancato a Barnaba, originario di Cipro, per una missione in quell’isola: i due apostoli vennero a trovarsi in un universo familiare, essendo Cipro una tappa intermedia tra la Siria e la Cilicia, patria di Paolo. La prima scelta sorprendente e significativa fu il passaggio da Cipro alla Pisidia, al centro dell’Anatolia. Antiochia di Pisidia era il luogo d’origine della famiglia del proconsole di Cipro incontrato da Paolo, con il quale aveva mantenuto rapporti. Da cittadino romano, com’era allora abitudine dei viaggiatori di rango, Paolo si avvalse, delle infrastrutture ufficiali dell’epoca quali le lettere di raccomandazione o la scorta di convogli ufficiali. Il secondo passaggio altrettanto determinante fu quello dall’Asia all’Europa, dalla Troade alla Macedonia: gli Atti degli Apostoli, che solennizzano questo evento con il racconto di una visione, non ne chiariscono le condizioni concrete, ma dalla struttura del racconto è possibile dedurre che Paolo rispondeva senza dubbio a un invito dei macedoni di Filippi, i quali svolsero infatti un ruolo determinante nel suo entourage. La missione si svolse dunque di tappa in tappa, a seconda degli incontri e dei rapporti di ospitalità. Sebbene il passaggio in Europa sembri altamente simbolico, in realtà le traversate e gli scambi erano incessanti tra le due rive del mare di Tracia. La figura di Lidia, commerciante di porpora di Filippi originaria di Thyatiro in Asia, corrisponde perfettamente a quanto risulta dalle iscrizioni sul commercio dei tessuti e sui movimenti migratori tra le città della Macedonia e quelle della Lidia. A Efeso e poi a Roma, Paolo fu preceduto e chiamato da un imprenditore itinerante, Aquila, per il quale ave va lavorato a Corinto, Dalla Macedonia a Corinto, ebbe l’appoggio di alcuni suoi parenti, come spesso accadeva nelle diaspore orientali, fenicia o giudaica

Le reti della missione cristiana

La missione paolina, la sola che siamo effettivamente in grado di studiare, fu concepita come una penetrazione capillare che si avvalse di tutte le reti dell’antica statualità, funzionante come un intreccio di comunità, dalla più piccola — la famiglia — alla più grande, — lo Stato. La cellula madre della missione era la “casata”, l’oikos, insieme comunità familiare e comunità di attività, sfruttamento agricolo, laboratorio o magazzino. Al contrario della famiglia nucleare moderna, l’oikos antico includeva persone di statuto diverso, compresi donne e bambini, schiavi e liberti, in numero abbastanza elevato nelle famiglie dei notabili: la sua composizione trascendeva la scissione, tipica della città antica, tra greci e barbari, uomini e donne, liberi e non liberi. I cristiani di una città si riunivano sia per oikos sia nella dimora più vasta di un notabile che accoglieva vicini e amici. Una pratica, questa, destinata a protrarsi per due secoli. A Roma come a Doura Europos, in Siria, i primi edifici cristiani reperibili nel tessuto urbano, risalenti alla metà del III secolo, erano il risultato della riorganizzazione di grandi dimore urbane: le cosiddette “case-chiese”.

Le attività e i rapporti tra i membri dell’oikos finirono per fare di quest’ultimo la base di tutti i canali di socializzazione, in funzione dello sviluppo familiare o per affinità, in base a interessi professionali o a servizi di assistenza reciproca, all’interno di associazioni, comunità di emigrati come sinagoghe, associazioni sportive o di culto. La vita associativa era un tratto caratteristico delle città dell’Oriente romano all’epoca in cui si diffuse il cristianesimo. Con ogni evidenza, Paolo si servì dei legami professionali stretti nel ramo tessile, al quale apparteneva e a cui prestava la sua attività in occasione delle diverse tappe: l’impresa di Aquila fornisce l’esempio di una Chiesa itinerante spostatasi da Corinto a Efeso e a Roma. L’importanza dei rapporti assodativi, fondati sulla convivialità, spiega l’importanza assunta, a Corinto, dalle questioni di plurietnicità conviviale e del consumo di carni sacrificali. infine, a colpire i contemporanei, dallo scrittore Luciano all’imperatore Giuliano, fu la capacità dei cristiani di sviluppare strutture dì aiuto reciproco, assicurando così al cristianesimo una prima visibilità, pur in assenza di immagini e di monumenti. I cristiani si organizzavano in piccole comunità fortemente personalizzate di sei, dieci, dodici individui, ancora sussistenti all’epoca dei primi racconti di martiri nel II e III secolo. Nelle città formavano gruppi a sé stanti e rischiavano dunque di apparire settari, cosa di cui Paolo si avvide chiaramente a Corinto.

Questa tipologia della missione paolina può essere generalizzata. Del resto, le missioni di Paolo, di Pietro e del movimento giovanneo hanno ricalcato gli stessi itinerari e hanno perseguito gli stessi obiettivi in Asia Minore, dando luogo a volte a veri e propri fenomeni di sovrapposizione con i paolini nella zona di Efeso, sebbene la predicazione giovannea e quella di Pietro privilegiassero i centri urbani con grandi insediamenti giudaici. A partire da questi insediamenti estremamente circoscritti in ambito urbano e incentrati su personalità carismatiche, l’unità della Chiesa andò progressivamente espandendosi attraverso le stesse dinamiche, attorno figure di riferimento incarnate dai vescovi e grazie alle nuove reti da questi intessuti attraverso i loro viaggi e, soprattutto attraverso i loro scambi epistolari.

Bibliografia:

Storia del cristianesimo, a cura di A. Corbin
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