Conversione dell’Impero Romano al Cristianesimo

Come altri non cristiani del suo tempo, sembra che all’inizio
l’imperatore Costantino fosse semplicemente monoteista — cioè credesse in un Dio creatore supremo. noto con nomi diversi e in vari modi adorato —, come dimostra il Sol invictus sulle sue monete post 308; solo un po’ alla volta, dunque, egli pervenne a formulare esplicitamente, in testi di sua mano, la propria adesione al cristianesimo. Non abbiamo ragione di contestare, come ha fatto più di uno storico, la sincerità di questa conversione, sebbene sia innegabile che essa lo elevava a strumento scelto personalmente da Dio e che questo rapporto personale finiva per assumere una portata politica: si era ormai in un mondo in cui sia i pagani che i cristiani vedevano nell’imperatore un individuo dalla chiara impronta religiosa. Né del resto è immaginabile una conversione improvvisa, ma piuttosto un’evoluzione, un graduale risveglio: lo stesso Eusebio di Cesarea, suo biografo, afferma che l’imperatore ricevette a più riprese segnali da Dio.

Sembra comunque che, entrando a Roma dopo la battaglia di Ponte Milvio (312), Costantino avesse trovato il comune denominatore in grado di garantire sia l’unità dell’Impero — il riconoscimento di un Dio unico — sia la sua stessa legittimità, da lui ritenuta una missione personale conferitagli da Dio. Una missione che però non si sarebbe mai tradotta in un atteggiamento intollerante in fatto di religione. Nell’editto di Milano del 313 trovarono espressione l’idea che la sicurezza dell’Impero fosse garantita dal Dio supremo (e non più dagli dèi della Tetrarchia, Giove ed Ercole) e il riconoscimento ufficiale dell’impossibilità di imporre la religione con la forza. L’editto era il segnale di una politica del consenso alla quale potevano aderire sia i cristiani che i pagani, la testimonianza di un comune fondamento unitario: un monoteismo che tollerava le differenze religiose e rifiutava la coercizione. Mettendo fine alla grande persecuzione avviata nel 303 da Diocleziano rivelatasi fallimentare nel suo tentativo di sradicare il cristianesimo, Costantino mirava a conquistarsi i cristiani, a incorporarli nell’Impero e nelle sue consuete forme di politica.  D’altra parte, l’imperatore manifestò ben presto i propri favori alla Chiesa, attraverso donazioni di denaro, terreni e palazzi e il finanziamento di nuove basiliche a Roma e a Gerusalemme. Di fronte alle richieste dci vescovi di intervenire nelle loro questioni interne, Costantino cercò inizialmente di risolvere i conflitti in maniera pacifica, ma le resistenze contro cui si scontrò lo indussero ben presto a scagliarsi contro i dissidenti, in un primo momento i donatisti, poi gli ariani. Nei confronti della religione tradizionale mantenne invece sempre un atteggiamento di tolleranza (anche se un po’ sprezzante), accontentandosi di vietare alcune pratiche già ricusate dal paganesimo illuminato (i sacrifici cruenti, la magia, la divinazione personale). Se Costantino non riuscì a tenere a freno i vescovi e le loro accanite dispute teologiche, fu tuttavia in grado, durante il suo regno, di neutralizzare il militantismo cristiano antipagano.

CUL01F4BIS_10633758F-kozB-U430001211114348KhD-620x413@Corriere-Web-Roma[1]

I suoi successori cristiani, in particolare Costanzo II, Valente e Teodosio, continuarono a intervenire nelle questioni della Chiesa. In questo poterono avvalersi della teologia politica elaborata da Eusebio di Cesarea nei suoi ultimi scritti, in particolare il Discorso per i Trent’anni di regno e la Vita di Costantino, in cui l’autore prospettava il modello di un basileus cristiano alla testa di un impero altrettanto cristiano. Ciò implicava che «sottometta i nemici della verità», che proclamasse a tutti (le leggi della vera pietà) e vegliasse ad assicurare la salvezza collettiva. Investiti di questa missione di protezione, anzi di sorveglianza, durante la cosiddetta crisi ariana gli imperatori cristiani sostennero o imposero diverse formule di fede, favorendo coloro che le accettavano ma perseguitando quelli che le rifiutavano (i dissidenti, soprattutto vescovi, come Atanasio di Alessandria e Ilario di Poitiers vennero deposti ed esiliati). Al termine di un cinquantennio di controversie, l’ascesa al trono di Teodosio I (379-395) segnò il ritorno definitivo all’ortodossia» definita dal concilio di Nicea del 325 e riaffermata durante il concilio di Costantinopoli del 381, ottenendo il sostegno dell’imperatore, che ne fece una legge di valore universale. Una serie di norme sempre piò repressive limitò la libertà di espressione e di culto di tutti i dissidenti dell’ortodossia, considerati eretici e in quanto tali perseguitati.

Fra i doveri dell’imperatore, però, Eusebio inseriva anche quello di combattere “l’errore ateo”, il paganesimo. Di conseguenza, parallelamente alle misure per reprimere i dissidenti cristiani, i successori di Costantino ne imposero altre destinate a limitare e poi a vietare la libertà del culto pagano. A farlo per primi furono i figli di Costantino. Una legge di Costantino del 341 prescriveva: «Cessi la superstizione, venga abolita la follia dei sacrifici». Tuttavia, a quanto pare, ciò non si tradusse nell’assoluto divieto dei culti pagani autorizzati, ma in una semplice revisione delle restrizioni imposte da Costantino. Una sua legge vietava infatti la distruzione dei templi, tollerati «ancorché ogni superstizione vada totalmente distrutta». Costanzo II si spinse oltre, per ragioni in cui la politica sembra aver avuto una certa parte: fra il 353 e il 357, dopo la sconfitta dell’usurpatore Magnenzio, che aveva nuovamente autorizzato i sacrifici notturni, numerose leggi ordinarono la chiusura dei templi e tentarono di vietare interamente il culto pagano: su chiunque osasse sacrificare pesava la minaccia del «gladio vendicatore» e della confisca dei beni; l’adorazione delle statue era interdetta, pena la morte. Queste misure, tuttavia, vennero applicate soltanto in minima parte. La politica religiosa dei due fratelli non giunse mai, quindi, alla repressione sistematica del paganesimo, ma solo alla sua decisa riprovazione.

L’imperatore Giuliano, nato cristiano e in seguito tornato alla religione tradizionale, abolì quelle prescrizioni e tentò di ridare vita al paganesimo, ma il suo breve regno (361-363) non gli diede modo di portare a buon fine l’impresa. La sua legge scolastica, immediatamente abolita dal suo successore Gioviano, avrebbe dovuto vietare agli insegnanti cristiani la diffusione del retaggio della cultura classica, considerata bene esclusivo del paganesimo. La politica dei successori di Gioviano, Valentiniano e Val ente, si mantenne tuttavia abbastanza tollerante nei confronti del paganesimo. Una delle loro prime leggi, reiterata nel 370, decretava il mantenimento della libertà di culto. Verso la fine del suo regno, però, Valente tornò a vietare i sacrifici cruenti.

La politica religiosa di Graziano e di Teodosio I, e poi del solo Teodosio alla scomparsa del suo associato, promosse misure assai più decise, che finirono per mettere fuori legge il paganesimo. Salendo al trono, Teodosio fu il primo a rifiutare il titolo e il mantello di pontefix maximus, al quale lo stesso Graziano avrebbe rinunciato poco dopo. I cristiani tornati al paganesimo vennero presi di mira da alcuni editti, perdendo così, nel 381, il diritto di fare testamento. La legge, reiterata nel 383, colpì con severità i cristiani battezzati che avessero abbandonato la loro fede, considerati «esclusi dal diritto romano», ma lasciò a coloro che erano stati soltanto catecumeni il diritto di restare a favore delle proprie famiglie. La legislazione venne inasprita da Teodosio neI 391, con il movente che l’abbandono della comunione cristiana equivaleva all’esclusione dal resto degli esseri umani. Vennero inoltre ripristinati gli antichi divieti riguardanti le pratiche religiose tradizionali: nel 381 e nel 382, i sacrifici cruenti vennero proscritti sotto pena di deportazione; nel 38, le pratiche di divinazione vennero vietate sotto pena di morte. I due imperatori finirono per scagliarsi contro le istituzioni stesse del cult o pagano. Nell’autunno del 382, Graziano fece rimuovere dal Senato di Roma la statua e l’altare della Vittoria, quindi soppresse l’immunità delle vestali e dei sacerdozi pagani, confiscandone le rendite e le gratifiche; dal canto suo, Teodosio ordinò la chiusura dei templi, decretando la possibilità di accedere a quelli contenenti opere d’arte solo a scopi culturali o in caso di assemblee pubbliche.

Nel 384, quindi, parecchi templi vennero chiusi o abbattuti.

A completare l’impresa fu una serie dileggi promulgate fra il 391 e il 394, miranti a vietare ogni manifestazione di culto pagano: la legge del 24 febbraio 391 decretò la fine del culto a Roma, quella del 16 giugno estese il divieto all’Egitto, e quella deli’8 novembre 392 a tutto l’impero. Sotto pena di pesantissime ammende, nonché di pene ancora più gravi, fu vietato ogni genere di sacrifici — perfino quelli più modesti legati al culto domestico —, tanto a livello pubblico come a livello privato, e indipendentemente dal rango sociale di chi li praticava. Con questa legge, che privava la religione tradizionale di ogni diritto a esprimersi, il cristianesimo assurgeva così a religione dell’Impero: fu dunque sotto Teodosio (e non sotto Costantino, come a volte si afferma) che l’Impero romano divenne ufficialmente cristiano.

Fonti bibliografiche

Storia del Cristianesimo a cura di A. Corbin
Potrebbe piacerti anche
Lascia una risposta

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accetta Leggi di più